Ve lo dico subito, da perito che ha progettato impianti in ambienti classificati per anni: le aree ATEX sono uno di quei casi in cui sbagliare una virgola sulla carta significa rischiare la vita davvero. Ho visto un collega chiudere un capannone per tre mesi perché la zonizzazione era sbagliata: aveva considerato zona 2 quella che in realtà era zona 1. Un errore di valutazione, e l’impianto non passò la verifica. La normativa CEI EN 60079 non lascia spazio a interpretazioni creative, e chi lavora in certi ambienti deve saperlo.
Cosa sono le aree ATEX: definizione e classificazione delle zone a rischio esplosione
Innanzitutto, partiamo dalle basi. Il termine ATEX deriva dal francese “ATmospheres EXplosibles” ed è la normativa europea che regola la presenza di atmosfere potenzialmente esplosive negli ambienti di lavoro. La direttiva ATEX 2014/34/UE (recepita in Italia dal D.Lgs 85/2016) riguarda le apparecchiature, mentre la 1999/92/CE (D.Lgs 81/08 Titolo XI) riguarda la protezione dei lavoratori. Le norme tecniche di riferimento sono la CEI EN 60079-10-1 per gas e vapori, e la CEI EN 60079-10-2 per polveri combustibili.
Di solito quando spiego questo argomento ai colleghi più giovani, parto da un esempio pratico: immaginate un deposito di vernici o un impianto di verniciatura. I solventi evaporano, formano una miscela con l’aria, e se c’è una sorgente di innesco scoppia tutto. La classificazione ATEX serve proprio a suddividere questi ambienti in zone in base alla probabilità che si formi un’atmosfera esplosiva.
Vediamo: le zone si dividono in tre livelli principali per gas e vapori:
- Zona 0: atmosfera esplosiva presente in modo continuo o per lunghi periodi (più di 1000 ore/anno). Tipico: interno di serbatoi, condotte chiuse.
- Zona 1: atmosfera esplosiva probabile in condizioni normali di esercizio (tra 10 e 1000 ore/anno). Esempio: area intorno a valvole, flange, punti di carico.
- Zona 2: atmosfera esplosiva improbabile in condizioni normali o, se presente, solo per brevi periodi (meno di 10 ore/anno). Esempio: area intorno a tubazioni ben sigillate.
Diverso il discorso per le polveri combustibili (farina, carbone, polveri metalliche) le zone cambiano nome ma non logica: Zona 20, Zona 21 e Zona 22. Stessa filosofia, cambia solo la natura del combustibile.
Classificazione delle aree ATEX: come si determina la zona di rischio esplosione
La classificazione di un’area ATEX non si fa a naso. Serve un documento specifico chiamato “Documento di Protezione contro le Esplosioni” o DPE, che integra il DVR aziendale. Ho partecipato a diverse classificazioni, e vi dico che il lavoro più delicato è la raccolta dati: bisogna conoscere esattamente quali sostanze sono presenti, in quali quantità , a che temperatura, in che pressione.
Inoltre, la classificazione segue un metodo rigoroso che parte dall’identificazione delle fonti di emissione. Ogni punto in cui una sostanza infiammabile può fuoriuscire (una flangia, una valvola, una pompa, uno sfiato) è una potenziale fonte. Da lì si determina il tipo di emissione:
- Emissione continua: grado 0 (es. superficie di un liquido infiammabile in un serbatoio aperto)
- Emissione di primo grado: prevista in funzionamento normale (es. tenuta di una pompa)
- Emissione di secondo grado: non prevista in funzionamento normale, o se prevista è rara e di breve durata (es. una flangia)
Pertanto, da queste tre variabili, applicando le tabelle della CEI EN 60079-10-1, si ricava l’estensione delle zone. Di solito si usa un raggio di 1-3 metri intorno alla fonte per zona 1, e fino a 5-10 metri per zona 2, ma dipende dalla pressione del gas, dalla ventilazione e dalla portata.
Normativa ATEX: il quadro normativo completo per le aree a rischio esplosione
Prima di tutto, sul fronte normativo, il quadro è complesso ma organico. La normativa ATEX per le aree classificate si basa su tre pilastri:
Primo pilastro — D.Lgs 81/08 Titolo XI (recepimento della 1999/92/CE): impone al datore di lavoro di classificare le aree, redigere il DPE, formare i lavoratori, e garantire che le apparecchiature utilizzate siano adatte alla zona.
Secondo pilastro — D.Lgs 85/2016 (recepimento della 2014/34/UE): riguarda i fabbricanti di apparecchiature destinate ad atmosfere potenzialmente esplosive. Le macchine devono avere marcatura CE e specifica classificazione (II 2G Ex d IIC T6, per esempio).
Terzo pilastro — Norme tecniche CEI EN 60079 serie: le regole applicative. Qui dentro ci sono i metodi di protezione (Ex d – custodia antideflagrante, Ex e – sicurezza aumentata, Ex i – sicurezza intrinseca, Ex m – resinatura, Ex p – sovrappressione, Ex n – protezione semplificata).
Ve lo dico per esperienza: la parte più insidiosa non è capire la normativa, è applicarla correttamente in fase di progetto.
Misure di sicurezza nelle aree ATEX: apparecchiature, impianti e comportamenti
A questo punto, una volta classificata l’area, bisogna scegliere le apparecchiature giuste. Qui casca l’asino più spesso di quanto crediate. Ogni apparecchiatura installata in un’area ATEX deve avere la marcatura corrispondente alla zona. Per esempio:
- Zona 0: apparecchiature categoria 1G (molto sicure, Ex ia)
- Zona 1: categoria 2G (Ex d, Ex e, Ex ib)
- Zona 2: categoria 3G (Ex n)
Purtroppo non basta comprare un motore “ATEX” e montarlo. Bisogna verificare che la categoria sia compatibile con la zona. Ho visto un impianto nuovo dove avevano montato motori Ex d (categoria 2G) in zona 2 — ok, funzionava, ma potevano risparmiare usando Ex n (categoria 3G). Il problema è quando fai il contrario: Ex n in zona 1. Quello è pericoloso e fuori norma.
Inoltre, gli impianti elettrici in area ATEX hanno requisiti specifici:
- Cavi: schermati, con guaina resistente, ingresso tramite pressacavi certificati ATEX
- Morsettiere: con grado di protezione minimo IP54, distanze superficiali secondo EN 60079-14
- Messa a terra: obbligatorio il collegamento equipotenziale di tutte le masse metalliche (tubazioni, carpenterie, schermi cavi) per evitare scintille da cariche elettrostatiche
- Sezionamento: interruttore generale posizionato fuori dall’area classificata
C’è un dettaglio che molti trascurano: le tubazioni non metalliche (PVC, PE) in area ATEX devono avere un conduttore di equipotenzialità interno o essere installate con maglia equipotenziale esterna, perché l’attrito del fluido genera cariche statiche. Tipico errore che ho corretto in fase di collaudo.
Il Documento di Protezione contro le Esplosioni (DPE): obblighi e contenuti
Come anticipato, il DPE è il documento chiave per la gestione delle aree a rischio esplosione. Non è un optional nè una formalità burocratica: è una valutazione del rischio vera e propria.
Di solito il DPE contiene:
- Descrizione dell’attività e dei processi produttivi
- Identificazione delle sostanze infiammabili presenti (con schede dati sicurezza)
- Classificazione delle zone (piantine quotate con estensione delle zone)
- Valutazione delle probabilità di innesco (sorgenti: elettriche, meccaniche, termiche, elettrostatiche)
- Misure di prevenzione e protezione adottate
- Piano di manutenzione e verifica periodica
- Formazione e informazione dei lavoratori
Occhio: il DPE va aggiornato ogni volta che cambiano le condizioni operative o almeno ogni 3 anni. Ho visto aziende con DPE fermo al 2018 e impianti completamente diversi — in caso di ispezione o peggio, di incidente, la responsabilità penale è personale del datore di lavoro e del RSPP.
Errori comuni nella gestione delle aree ATEX: cosa ho visto nei cantieri
Ve lo dico chiaramente: dopo 20 anni di progetti e verifiche, vi posso elencare gli errori più frequenti che ho incontrato:
Sottostima dell’estensione delle zone. La tendenza è restringere le zone per risparmiare sulle apparecchiature, ma una classificazione troppo ottimistica è pericolosa. In un deposito di solventi a Palermo, il progettista aveva disegnato zona 1 entro 50 cm dalle flange. Risultato: a 70 cm c’era un quadro elettrico normale. Durante un rilascio accidentale di vapori, una scintilla del quadro poteva innescare il tutto.
Ignorare le polveri. Molti pensano che le aree ATEX riguardino solo gas e vapori. Invece farina, polvere di legno, polveri metalliche (alluminio, magnesio) e carbone sono esplosive quanto i gas. Un silos per farina senza controllo delle polveri è una bomba a orologeria.
Apparecchiature non certificate. Ancora oggi trovo motoriduttori, sensori di livello, elettrovalvole senza marcatura ATEX installati in zona 1. “Ma l’ho sempre usato così” è la frase che mi fa più paura in questo lavoro.
Trascurare le scariche elettrostatiche. Vestiti in fibra sintetica, scarpe non conduttive, tubi in plastica non messi a terra — tre elementi che insieme generano cariche statiche sufficienti a innescare un’atmosfera esplosiva.
Manutenzione inadeguata. Un pressacavo ATEX costa 15 euro, ma se dopo 5 anni la guarnizione è secca e non tiene più la tenuta, non è più ATEX. La manutenzione programmata è obbligatoria per legge.
Domande frequenti sulle aree ATEX
Chi deve redigere la classificazione delle aree ATEX?
Un tecnico competente: ingegnere o perito industriale con esperienza specifica in ambito ATEX. Non basta essere un progettista elettrico generico.
Quanto costa una classificazione ATEX?
Dipende dalla complessità dell’impianto. Per un’officina con qualche zona 2 si parte da 1500-2000 euro. Per un impianto chimico con decine di zone si arriva a 10.000-15.000 euro.
Cosa succede se non classifico le aree ATEX?
In caso di controllo ASL/INAIL: sanzioni da 2000 a 15.000 euro e sequestro dell’impianto. In caso di incidente: responsabilità penale per omissione di valutazione del rischio (art. 25-septies D.Lgs 231/01).
Le aree ATEX vanno segnalate?
Sì. Cartelli di avvertimento con il triangolo giallo “Atmosfera Esplosiva” e indicazione della zona all’ingresso di ogni area classificata.
Un impianto elettrico in area ATEX può essere realizzato da qualsiasi elettricista?
No. Serve personale formato specificamente sulle norme CEI EN 60079-14 e 60079-17 (installazione e manutenzione). La formazione deve essere documentata.
Ogni quanto va verificato un impianto in area ATEX?
La CEI EN 60079-17 prevede verifiche periodiche: ispezione visiva ogni 6-12 mesi, verifica approfondita ogni 12-36 mesi in base alla zona e all’ambiente.
Conclusione sulle aree ATEX: il mio parere tecnico
Per concludere, se lavorate con sostanze infiammabili, la classificazione delle aree ATEX secondo normativa non è un costo, è un investimento sulla sicurezza. E ve lo dico da perito che ha visto le conseguenze di una valutazione sbagliata: un’esplosione in un ambiente di lavoro non lascia scampo. Non è come un cortocircuito dove salta il magnetotermico e stop. Un’esplosione distrugge tutto in un secondo.
Ecco il consiglio che vi do: se avete dubbi sulla classificazione, chiamate un consulente specializzato. Costa qualche migliaio di euro, ma vi toglie responsabilità penali e, soprattutto, protegge la vita delle persone che lavorano nei vostri impianti. Io, per ogni progetto in area ATEX, faccio sempre validare la zonizzazione da un secondo tecnico indipendente. Un controllo incrociato che mi ha salvato da errori almeno due volte nella mia carriera. Non lesinate sulla sicurezza: ve lo dice uno che ci ha messo la faccia (e le mani) su decine di impianti classificati.