Quando parlo di collaudo impianti elettrici, i miei clienti immaginano sempre la stessa scena: un tecnico con la valigetta che attacca due puntali a una presa e sentenzia «tutto a posto». Dopo ventidue anni passati a verificare impianti tra cantieri, capannoni e palazzine, vi posso garantire che la realtà è molto diversa. Un collaudo serio è un procedimento metodico, fatto di esame a vista, prove e misure strumentali, oltre a documenti che restano agli atti. Una volta mi è capitato di firmare una verifica su un impianto che sembrava perfetto: quadro ordinato, cavi in ordine, nessun segno di surriscaldamento. Peccato che l’impedenza dell’anello di guasto fosse troppo alta per far scattare il differenziale in tempo utile. Se non avessi fatto quella misura, oggi starei a raccontare una storia molto meno piacevole.
Collaudo impianti elettrici: cosa significa davvero collaudare
Innanzitutto, chiariamo un equivoco che mi perseguita da quando ho iniziato a lavorare. In Italia la parola «collaudo» indica cose molto diverse tra loro, e nel linguaggio comune è diventata sinonimo di qualunque controllo, dalla semplice occhiata al quadro fino alla verifica completa con strumentazione tarata. In realtà, la norma tecnica di riferimento, cioè la CEI 64-8 nella parte dedicata alla verifica iniziale, parla di «verifica», non di collaudo. Il collaudo vero è l’atto finale con cui si accerta che l’installazione rispetti la regola d’arte e sia idonea all’uso previsto.
Tuttavia, la sostanza cambia poco. Quello che conta è che l’impianto venga esaminato da qualcuno che sa cosa guardare e che sappia documentare ciò che ha visto. Di solito, quando un committente mi chiama dicendo «devo fare il collaudo», dietro c’è sempre uno di questi tre scenari: la consegna di un impianto nuovo, la verifica periodica obbligatoria di un impianto in esercizio, oppure un controllo straordinario dopo un guasto, una modifica importante o un sinistro assicurativo.
In pratica, la verifica dell’impianto serve a rispondere a una domanda sola: quest’installazione è sicura e funziona come dovrebbe? Pertanto, non basta guardarla. Serve un metodo, e il metodo è quello descritto dalla CEI 64-8, integrato, per gli impianti soggetti, dalle indicazioni del DPR 462/01 sulle verifiche periodiche. Qui però arriva il primo errore che vedo ripetersi con regolarità: confondere la verifica iniziale con la verifica periodica.
Per prima cosa, mettiamo ordine tra i termini, perché la confusione genera aspettative sbagliate. Anzi, chi pensa che una verifica periodica valga come Dichiarazione di Conformità si illude, e chi crede che la DiCo rilasciata dall’installatore esoneri da ogni controllo successivo sbaglia due volte. In definitiva, si tratta di documenti diversi, con funzioni e responsabilità distinte.
Verifica iniziale e verifica periodica: due cose che molti confondono
La verifica iniziale, chiamata anche verifica di conformità, si esegue prima che l’impianto entri in servizio. Di norma la esegue l’installatore stesso al termine dei lavori, e il risultato confluisce nella Dichiarazione di Conformità prevista dal D.M. 37/08. In questa fase si controlla che l’impianto corrisponda al progetto, che i componenti siano idonei e che tutte le protezioni funzionino. È il momento in cui si può ancora correggere qualcosa senza demolire muri, quindi conviene non avere fretta.
Anche la verifica periodica riguarda gli impianti già in esercizio, e serve a controllare che nel tempo non abbiano perso efficienza. Il riferimento è il DPR 462/01, che distingue tra impianti di terra e dispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche, e stabilisce cadenze precise: per la maggior parte degli ambienti di lavoro la periodicità è biennale, mentre per i cantieri e alcuni ambienti a rischio diventa annuale. In genere, la verifica periodica la esegue un organismo abilitato oppure, in alternativa, l’ASL competente per territorio.
Conseguentemente, il professionista che redige il verbale non è lo stesso installatore che ha realizzato l’impianto. Questa separazione è voluta: un conto è chi costruisce, un conto è chi controlla. In effetti, quando sento dire «ma tanto la verifica me la fa l’elettricista che ha fatto i lavori», capisco subito che c’è un problema di impostazione. Per gli impianti soggetti al DPR 462/01 quella verifica non ha valore legale se non la firma chi è abilitato a farlo.
Tuttavia, non tutti gli impianti ricadono nella verifica periodica obbligatoria. Le abitazioni civili, per esempio, ne restano fuori. Il che genera un equivoco pericoloso: molti proprietari credono che una casa non richieda alcun controllo e non facciano verificare nulla per vent’anni. Dal punto di vista legale hanno ragione, ma dal punto di vista della sicurezza una vecchia installazione domestica resta comunque una fonte di rischio, differenziali compresi.
L’esame a vista: la parte che quasi tutti sottovalutano
Tipicamente, chi non è del mestiere pensa che il valore di un verbale dipenda dalle misure. In parte è vero, ma vi assicuro che l’esame a vista vale almeno quanto le prove strumentali. In particolare, si tratta di guardare l’impianto con occhio critico, cercando i segnali che nessuno strumento digitale ti mostra: un morsetto allentato, un cavo spellato male, una canalina che impedisce lo smaltimento del calore, un differenziale acceso a metà perché qualcuno ha aggiunto un circuito senza rivedere i coordinamenti.
Di solito, nei sopralluoghi, il primo documento che chiedo è lo schema dell’impianto. Se non esiste, o se esiste ma non corrisponde a ciò che trovo nel quadro, già sappiamo che la verifica avrà delle zone d’ombra. In genere, un impianto senza schema aggiornato è un impianto su cui qualcuno ha fatto modifiche senza tracciabilità. A questo punto, il verbale deve dirlo chiaramente, perché in caso di sinistro quella lacuna pesa in sede assicurativa e giudiziaria.
Parallelamente, nell’esame a vista controllo sempre l’identificazione delle linee, la presenza e la corretta collocazione dei dispositivi di protezione, la separazione tra circuiti, la tenuta degli ingressi nei quadri e la presenza della segnaletica di sicurezza. In aggiunta, verifico che le sezioni dei conduttori corrispondano a quanto dichiarato e che non ci siano giunzioni volanti dentro le scatole di derivazione. Sono dettagli che sembrano banali, eppure sono la causa di una buona metà degli interventi che vado a fare dopo un guasto.
Infine, l’esame a vista serve anche a capire l’uso reale dell’impianto. Invece, un conto è quello che l’impianto dice di essere sulla carta, un altro è come lo usano le persone ogni giorno. Ho trovato ciabatte a catena in uffici progettati per tre postazioni e poi cresciuti fino a sette, nonché prese sovraccariche in laboratori dove nessuno aveva aggiornato la documentazione. Il verbale deve fotografare la situazione, non l’intenzione.
Collaudo impianti elettrici: le misure strumentali che contano
Dopo l’esame a vista arriva la parte che più affascina i tecnici, cioè le prove e le misure. In sintesi, si tratta di verificare che le protezioni intervengano quando devono e che l’impianto sia in grado di disperdere correttamente le correnti di guasto. Ogni misura ha un suo scopo preciso, e conoscerlo evita di riempire il verbale di numeri senza significato.
Continuità dei conduttori di protezione
Innanzitutto, si misura la continuità dei conduttori di protezione, cioè il filo di terra che collega le masse all’impianto di terra. Di solito si usa un microohmmetro con corrente di prova sufficientemente elevata, così da non falsare la lettura con la resistenza dei contatti. Una continuità interrotta significa che una parte metallica sotto tensione non scarica a terra, quindi resta pericolosa al contatto. Nel mio archivio c’è più di un caso risolto grazie a questa prova, dopo che qualcuno aveva dato la continuità per scontata. Vale la pena leggere la procedura completa sulla continuità del conduttore di protezione che ho pubblicato tempo fa, perché merita un approfondimento a sé.
Resistenza di isolamento
Poi c’è la prova di isolamento, eseguita con il megaohmmetro. Serve a misurare la resistenza tra conduttori attivi e terra, e tra conduttori attivi tra loro, con l’impianto fuori tensione e gli apparecchi scollegati. Tipicamente, valori troppo bassi indicano umidità, invecchiamento della guaina o un danno meccanico nascosto. In questo caso non si tratta di un dettaglio teorico: un isolamento degradato è l’anticamera di una dispersione; di qui lo scatto intempestivo del differenziale o, peggio, un principio d’incendio.
Impedenza dell’anello di guasto
Dopodiché, il loop tester misura l’impedenza dell’anello di guasto, cioè il percorso che la corrente compie quando si verifica un cortocircuito tra fase e terra. Questa misura è la più sottovalutata di tutte, eppure è quella che determina se il magnetotermico scatta nei tempi previsti oppure no. Di conseguenza, un impianto può avere un differenziale perfetto e una terra perfetta e restare comunque pericoloso, se l’anello di guasto è troppo lungo o troppo resistivo.
Messa a terra e prove funzionali
Infine, si verifica l’efficienza dell’impianto di terra e si eseguono le prove funzionali: intervento dei differenziali con il tester dedicato, prova del pulsante di test, verifica della sequenza delle fasi, controllo dei dispositivi di protezione dalle sovratensioni. Per la parte di misura della terra ho scritto una guida alla verifica dell’impianto di messa a terra che utilizzo ancora oggi come promemoria, e che consiglio a chi vuole capire come si legge quel tipo di valore sul campo.
Gli strumenti che porto sempre in cantiere
Di solito mi chiedono quali strumenti servano davvero. La risposta onesta è che bastano pochi attrezzi buoni, purché tarati e, soprattutto, compresi a fondo. Di norma, un tester di continuità e un multimetro sono il punto di partenza, ma da soli non bastano per un verbale completo. Inoltre, serve un megaohmmetro per la resistenza di isolamento, un loop tester per l’impedenza dell’anello di guasto e un tester per i differenziali, capace di misurare anche i tempi di intervento.
In aggiunta, porto sempre una pinza amperometrica, utile per capire come si ripartiscono i carichi e per verificare eventuali squilibri, e un verificatore di sequenza delle fasi, indispensabile nei quadri trifase. Non mancano mai un misuratore di terra, quando il contesto lo richiede, e gli analizzatori di rete per i controlli più approfonditi su impianti industriali. A dire il vero, negli ultimi anni ho aggiunto alla valigetta anche una termocamera, che non è uno strumento obbligatorio ma mi ha salvato più di una volta nell’individuare un morsetto caldo prima che diventasse un guasto. Ne parlo in dettaglio nella guida su come verificare un quadro elettrico con la termocamera.
Nonostante l’attrezzatura, la regola che ripeto sempre ai colleghi più giovani è un’altra: uno strumento non tarato è peggio di nessuno strumento, perché ti dà una falsa sicurezza. Pertanto, la certificazione di taratura va conservata e va allegata al rapporto di verifica, se si vuole che quel documento abbia un valore difendibile. D’altra parte, in un contenzioso la controparte attacca prima la procedura e solo dopo i risultati. Chi vuole approfondire il lato tecnico degli strumenti di misura trova materiale utile anche su installazioneelettrica.it.
Il rapporto di verifica, il verbale e la documentazione
In sostanza, tutto quello che abbiamo visto finora vale poco se non finisce in un documento chiaro. Il rapporto di verifica deve contenere l’identificazione dell’impianto, il committente, la data, il riferimento normativo, l’elenco delle prove eseguite, i risultati con i relativi valori misurati e le conclusioni. Dunque, non basta scrivere «esito positivo»: chi legge il verbale tra due anni, magari in tribunale, deve poter capire cosa è stato misurato e con quale criterio.
Poi c’è il capitolo della Dichiarazione di Conformità. Il D.M. 37/08, all’articolo 7, la mette in capo all’installatore: è il documento con cui l’impresa dichiara che l’impianto risponde alla regola d’arte. Quando la DiCo manca, cosa che accade più spesso di quanto si creda soprattutto nelle compravendite, l’articolo 7, commi 3 e 5, prevede la Dichiarazione di Rispondenza, rilasciata da chi ha i requisiti tecnico-professionali dopo aver eseguito le verifiche necessarie. Per capire meglio questa parte, sul sito c’è un approfondimento sui software per la Dichiarazione di Conformità, utile per chi gestisce molti impianti e vuole tenere in ordine la documentazione.
Tuttavia, la parte che distingue una verifica fatta bene da una fatta in fretta è la tracciabilità. Di norma, nel fascicolo metto schema aggiornato, elenco dei componenti con le caratteristiche, verbale delle prove, certificati di taratura degli strumenti, eventuali fotografie delle anomalie e le indicazioni su come porvi rimedio. Se il committente vuole un controllo sulla progettazione complessiva, il punto di partenza resta la guida completa ai quadri elettrici, perché molti dei problemi che rilevo nascono proprio da un quadro progettato al risparmio.
Errori che ho visto fare in vent’anni di verifiche
Innanzitutto, l’errore più diffuso è considerare la verifica come una formalità. Spesso ho visto rapporti fotocopiati da un cantiere all’altro con i valori identici, quasi che la resistenza di isolamento fosse la stessa in una palazzina e in un capannone. Vi assicuro che chi controlla se ne accorge in tre secondi, e quel verbale non vale niente. Inoltre, molto spesso il committente chiede il collaudo impianti elettrici all’ultimo momento, quando i lavori sono chiusi e correggere significa rompere. Eppure la verifica iniziale andrebbe pianificata insieme all’installazione, non aggiunta alla fine come un timbro.
In secondo luogo, c’è l’abitudine di misurare senza capire il contesto. Talvolta mi è arrivato un verbale in cui qualcuno aveva misurato la continuità dei conduttori di protezione con un comune multimetro, a bassa corrente. Anche il numero sembrava buono, ma non dimostrava nulla, perché con correnti così basse la resistenza dei contatti falsa la lettura. Un altro caso: impedenza dell’anello di guasto mai misurata, solo perché il differenziale scattava premendo il pulsante di test. Il pulsante di test verifica il meccanismo, non il coordinamento con l’impianto.
Inoltre, vedo troppo spesso ignorare la documentazione preesistente. Quando si interviene su un impianto vecchio, la verifica dovrebbe partire da ciò che è stato dichiarato negli anni precedenti, per capire se le modifiche hanno mantenuto la coerenza. Infine, c’è l’errore di fondo: credere che l’impianto sia a posto perché nessuno si è mai fatto male. La sicurezza non si misura con l’assenza di incidenti, si misura con prove ripetibili. Ebbene, questa differenza, nel mio lavoro, vale tutto. Chi vuole un confronto su un ambito diverso ma con la stessa logica di verifica può leggere anche l’articolo sul collaudo strutturale.
Collaudo impianti elettrici: quando serve un verificatore abilitato esterno
Pertanto, arriviamo alla domanda che mi fanno più spesso: quando bisogna chiamare un verificatore esterno? La risposta dipende dall’impianto. Se l’installazione rientra tra quelle soggette al DPR 462/01, cioè impianti in ambienti di lavoro, locali con pubblico spettacolo, cantieri e luoghi con rischio di esplosione, la verifica periodica la esegue un organismo abilitato, e non c’è margine di interpretazione. In questi casi, il verbale dell’installatore non sostituisce il verbale dell’organismo.
Al contrario, per un impianto domestico non esiste un obbligo di verifica periodica, ma la verifica resta comunque consigliabile, soprattutto quando la casa ha più di vent’anni o quando ci si appresta a venderla. In tal caso, il professionista abilitato può redigere la Dichiarazione di Rispondenza, che spesso diventa il documento decisivo per sbloccare una pratica o una compravendita. In ogni caso, il criterio che uso è semplice: se l’impianto ha una storia documentale confusa, conviene far verificare prima ciò che esiste e solo dopo decidere gli interventi.
Complessivamente, il consiglio che mi sento di dare è questo: non aspettate il guasto per far verificare l’impianto. Il collaudo impianti elettrici non è una tassa da pagare, è l’unico modo per sapere davvero cosa c’è dietro una presa. Ho visto troppi interventi d’emergenza costare dieci volte una verifica fatta nei tempi giusti. Se dovete consegnare un impianto nuovo o comprare un immobile, mettete in conto questa spesa fin dall’inizio: è la voce più economica di tutto il preventivo, e spesso la più utile.
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