Quando un cliente mi chiede quali cavi resistenti al fuoco CEI 20-105 montare sui circuiti di sicurezza, gli racconto sempre un episodio che non dimentico. Nel 2012 lavoravo a un capannone in provincia di Enna, con impianto di allarme e illuminazione di emergenza appena collaudato. Sulla carta tutto perfetto. Poi un corto circuito ha incendiato un controsoffitto e il quadro di emergenza ha perso l’alimentazione in meno di dieci minuti: i cavi erano di classe Cca, ottimi per la reazione al fuoco, ma senza alcuna resistenza al fuoco. Quella lezione mi porto dietro ancora oggi.
Cavi resistenti al fuoco CEI 20-105: cosa dice la norma
Innanzitutto chiariamo un equivoco che incontro ogni giorno in cantiere: i cavi resistenti al fuoco CEI 20-105 non significano “cavi che non bruciano”. Significano che il cavo continua a funzionare mentre intorno brucia tutto. La norma CEI 20-105 definisce i metodi di prova e i requisiti dei cavi a mantenimento del circuito in condizioni di incendio. In pratica rappresenta l’attuazione italiana della CEI EN 50200, con rinvio alla CEI EN 50362 per i cavi di sezione maggiore. Durante la prova il cavo subisce una fiamma a 842 gradi e continua a portare corrente per il tempo dichiarato, resistendo a getti d’acqua e urti.
La classificazione si legge in modo semplice: PH 30, PH 60, PH 120, PH 180. La sigla PH indica che il cavo ha superato la prova con proiezione d’acqua (P) e urto meccanico (H); il numero indica i minuti di funzionamento garantito. Pertanto un cavo PH 120 mantiene il circuito attivo per due ore di incendio dichiarato. Di solito i produttori realizzano questi cavi con nastro di mica avvolto sui conduttori e guaina in compound speciale. In alternativa usano l’isolamento minerale, la soluzione storica per eccellenza.
Attenzione, però, a non confondere la resistenza al fuoco con la reazione al fuoco. La reazione al fuoco, regolata dal Regolamento UE 305/2011 e dalla EN 50575, indica quanto il cavo contribuisce alla propagazione dell’incendio: le classi vanno da Aca a Fca, passando per le note B2ca e Cca. Un cavo Cca rappresenta un ottimo prodotto per la reazione al fuoco, ma non garantisce alcuna continuità di servizio. In aggiunta, molti colleghi confondono i due concetti e montano cavi di classe Cca dove servirebbero cavi con resistenza al fuoco. A mio parere questo è l’errore più costoso che abbia visto fare.
Quando i cavi resistenti al fuoco sono obbligatori
In sostanza la regola pratica resta una sola: ogni circuito che alimenta un sistema di sicurezza deve restare in funzione durante l’incendio. Per questo va realizzato con cavi resistenti al fuoco CEI 20-105. Ad esempio parliamo dell’illuminazione di emergenza, della segnaletica di evacuazione, dei sistemi di rivelazione e allarme incendio, dell’estrazione fumi e calore, delle pompe antincendio e degli ascensori per i vigili del fuoco. In particolare il Codice di Prevenzione Incendi (D.M. 03/08/2015) chiede per questi sistemi una continuità di funzionamento R30, R60 o R90 a seconda del livello di prestazione dell’attività.
Inoltre la CEI 64-8, nella sezione 560 dedicata ai servizi di sicurezza, impone che i circuiti dei servizi di sicurezza restino protetti contro gli effetti dell’incendio e che i cavi abbiano una documentata resistenza al fuoco, con una posa adeguata. Da un lato agisce la norma impiantistica, dall’altro la normativa di prevenzione incendi: entrambe convergono sullo stesso principio. Anche per le attività esistenti il D.M. 22/02/2006 richiama gli stessi criteri. Allo stesso modo valgono per ospedali, scuole, edifici alti, locali di pubblico spettacolo e autorimesse.
Quando parliamo di continuità R30, R60 o R90, intendiamo la capacità del sistema di restare operativo per 30, 60 o 90 minuti dall’inizio dell’incendio. Di conseguenza la scelta della classe PH dei cavi deve dialogare con il progetto antincendio: non è una decisione che l’elettricista prende da solo in cantiere.
E ve lo dico da perito che ha visto le verifiche dei vigili del fuoco: oggi i cavi resistenti al fuoco CEI 20-105 si controllano davvero. Ormai non rappresentano un dettaglio di progetto. Ad esempio, in un rinnovo del CPI capitato a me, il comandante ha chiesto il certificato di prova del cavo di emergenza. Senza quella carta, l’attività non ripartiva.
Oltretutto non dimentichiamo il D.Lgs. 81/08 e il D.M. 37/08: chi realizza un impianto rilascia la dichiarazione di conformità, chi progetta indica i cavi da usare. In pratica, se in un cantiere trovo un cavo diverso da quello di progetto, fermo tutto e chiedo conto al direttore dei lavori. In ogni caso la responsabilità, in caso di incendio, non si ferma al produttore del cavo: arriva fino a chi ha scelto di risparmiare.
Come scegliere i cavi resistenti al fuoco CEI 20-105: guida passo passo
Passo 1: individua i circuiti che richiedono la resistenza al fuoco
Prima di tutto fai l’elenco dei sistemi di sicurezza dell’attività e verifica quali hanno bisogno di continuità di servizio. Attenzione: non basta l’illuminazione di emergenza, ci sono anche i gruppi di pressurizzazione, i ventilatori di estrazione fumi e i sistemi di allarme. Infine, ogni circuito va marcato in progetto e nei quadri.
Passo 2: scegli la classe PH giusta
In primo luogo la scelta dei cavi resistenti al fuoco CEI 20-105 parte dal tempo di continuità richiesto dalla strategià antincendio. In genere per le attività commerciali basta un PH 30 o un PH 60; per ospedali e edifici complessi si arriva a PH 120. Tipicamente il progettista antincendio definisce il tempo, e l’elettricista lo traduce in classe di cavo. Se hai un dubbio, scegli la classe superiore: la differenza di prezzo è poca rispetto a un impianto che smette di funzionare.
Passo 3: verifica anche la reazione al fuoco
In ogni caso un cavo con resistenza al fuoco deve rispettare i requisiti di reazione al fuoco del Regolamento Prodotti da Costruzione. Per prima cosa controlla la Dichiarazione di Prestazione (DoP) e la marcatura stampigliata sulla guaina: classe di reazione, classe PH, produttore e numero di lotto. In pratica chiedi al fornitore la scheda tecnica prima dell’ordine e conservala in cantiere.
Passo 4: progetta la posa come si deve
Di norma i cavi resistenti al fuoco si posano su supporti dedicati, con cavallotti e fascette metalliche, e vanno separati dagli altri circuiti per evitare danni meccanici. Anche le distanze di fissaggio restano più ravvicinate rispetto ai cavi normali, perché in caso di incendio il cavo non deve sfilarsi dai supporti. Inoltre le giunzioni nei tratti critici vanno evitate o realizzate con kit certificati: un giunto mal fatto annulla la resistenza al fuoco dell’intera linea.
Un altro accorgimento che applico sempre: instradare i circuiti di sicurezza in percorsi propri, lontani dai cavi di potenza. In questo modo un guasto su una linea ordinaria non danneggià fisicamente il cavo di emergenza. In aggiunta proteggi i tratti a vista e segnala i percorsi con etichette.
Passo 5: documenta tutto
Infine raccogli le certificazioni di prova e i certificati di origine in un fascicolo: serviranno per il collaudo e per le verifiche periodiche. A mio parere questa parte distingue un installatore professionista da uno improvvisato.
Un’ultima raccomandazione da vecchio perito: quando intervieni su un impianto esistente, verifica sempre che tipo di cavo c’è nelle tubazioni prima di aggiungere un circuito di sicurezza. Spesso ho trovato spezzoni di cavo normale nascosti nei controsoffitti: l’impianto funzionava, ma alla prima prova di evacuazione sarebbe morto in un minuto. In questi casi, sostituisci l’intera linea o documenta la deroga: mai lasciare il dubbio.
Costi, documentazione e certificazioni
Dunque parliamo di costi, perché è la domanda che mi fanno sempre. In effetti il prezzo dei cavi resistenti al fuoco CEI 20-105 supera del 30-80% quello di un cavo standard di pari sezione, e la differenza cresce con la classe PH. Tuttavia, se rapporti il sovrapprezzo al valore dei sistemi che protegge, la spesa diventa irrisoria. Purtroppo ho visto risparmiare duemila euro di cavo su un impianto antincendio da duecentomila: una follia.
Oltre al costo, la documentazione obbligatoria comprende la Dichiarazione di Prestazione ai sensi del Regolamento UE 305/2011, il certificato di prova della resistenza al fuoco rilasciato da un laboratorio accreditato e il certificato di conformità del prodotto. Di conseguenza, quando acquisti, diffida dei cavi senza marcatura o con prezzi sospettosamente bassi: spesso si tratta di cavi di reazione al fuoco spacciati per resistenti, e la truffa la scopri solo al primo incendio.
Dunque un altro consiglio: compra solo da distributori autorizzati e confronta il numero di lotto della guaina con la DoP. Anzi, ho visto partite di cavo contraffatto con marcatura PH 120 falsa, riconoscibili solo dal prezzo stracciato e dalla guaina che si sfoglia al tatto. In sostanza la certificazione vera si vede, si tocca e si verifica.
Per dare un’idea concreta: un cavo unipolare FG16OR 0,6/1 kV con classe PH 120 e sezione 2,5 mm² costa indicativamente il doppio di un normale cavo N07V-K della stessa sezione. Prima di ordinare, rileggi la guida sul dimensionamento dei cavi elettrici per verificare che la sezione scelta rispetti la caduta di tensione.
Errori comuni da evitare
Il primo errore? Usare cavi di sola reazione al fuoco sui circuiti di sicurezza. Il secondo? Sbagliare la classe PH rispetto al tempo richiesto. Poi arrivano le giunzioni improvvisate, i supporti in plastica e la mancanza di DoP in cantiere. In pratica, chi risparmia sul cavo giusto spende il doppio in rifacimenti.
Verifiche e manutenzione dei circuiti di sicurezza
Anche il miglior cavo va controllato nel tempo. Ogni anno verifico i circuiti di emergenza con una prova di funzionamento e un controllo visivo delle guaine. In aggiunta, una termocamera sulle linee più sollecitate rivela i punti caldi prima che diventino guasti.
Domande frequenti sui cavi resistenti al fuoco
Qual è la differenza tra reazione e resistenza al fuoco? In breve, la reazione al fuoco indica quanto il cavo alimenta l’incendio; la resistenza al fuoco indica quanto il cavo continua a funzionare durante l’incendio. In pratica i cavi resistenti al fuoco CEI 20-105 continuano a portare corrente, mentre gli altri si spengono.
PH 30 o PH 120: come scelgo? Dipende dal tempo di continuità richiesto dalla strategià antincendio e dalla tipologià di attività. In genere per le attività semplici basta PH 30; per ospedali, edifici alti e grandi complessi servono PH 60 o PH 120.
I cavi a isolamento minerale sono ancora usati? Certamente, e restano la soluzione più robusta: l’isolamento in ossido di magnesio non è combustibile e non emette fumi tossici. Costi più alti e posa specializzata, ma in ambienti aggressivi non hanno rivali.
Posso giuntare un cavo resistente al fuoco? In linea generale, nei tratti critici evita le giunzioni; se non puoi farne a meno, usa kit di giunzione certificati per la resistenza al fuoco, seguendo le istruzioni del produttore.
I supporti di posa devono essere resistenti al fuoco? Certamente. Un cavo PH 120 montato su staffe in plastica che si sciolgono dopo cinque minuti non garantisce nulla: usa cavallotti e fascette metalliche.
Come riconosco un cavo certificato? Prima di tutto cerca la marcatura continua sulla guaina con produttore, classe e numero di lotto. In secondo luogo chiedi la DoP e il certificato di prova. Infine, se hai dubbi, contatta il produttore.
Conclusione sui cavi resistenti al fuoco CEI 20-105
Per concludere, se porti a casa un solo consiglio da questa guida, che sia questo: non risparmiare mai sui cavi resistenti al fuoco CEI 20-105 e sulla loro posa. Anche io ho sbagliato, all’inizio della carriera, scegliendo un cavo più economico per il circuito di emergenza di un’officina; per fortuna non successe nulla, ma ancora oggi quando passo davanti a quel capannone penso a quanto sono stato incosciente. Ormai la normativa si muove verso controlli sempre più severi, e il mercato verso prodotti sempre più certificati: chi lavora in regola oggi, domani non avrà sorprese. Perciò verifica le certificazioni, conserva i documenti e, se hai dubbi, chiama un collega che di incendi se ne intende. In ogni caso la sicurezza non è un costo: è l’unico investimento che ripaga sempre.