Rete idranti antincendio: ne ho viste tante, e quasi mai la più costosa è quella che funziona meglio. Nella mia attività di perito elettrotecnico mi capita spesso di essere chiamato su impianti già installati, magari da pochi mesi, che alla prova di prestazione erogano metà dell’acqua prevista dal progetto. Di solito il problema non è la pompa, e non è nemmeno la manutenzione: è il dimensionamento fatto a memoria. Pertanto, in questa guida trovi come si calcola e si dimensiona una rete idranti secondo la UNI 10779, quali riferimenti normativi contano davvero, dove si sbaglia in studio e cosa chiedo sempre in collaudo.
Cos’è una rete idranti antincendio: quando serve davvero
Innanzitutto, chiariamo l’oggetto. Una rete idranti antincendio è un sistema di tubazioni fisse, permanentemente in pressione, sulle quali si derivano idranti e naspi. L’alimentazione idrica può essere dedicata oppure promiscua, ma la rete resta un impianto a sé: non è un ramo dell’acquedotto civile a cui qualcuno ha attaccato una cassetta in corridoio.
Inoltre, la composizione dell’impianto è sempre la stessa: una o più alimentazioni idriche, la rete di tubazioni preferibilmente ad anello, uno o più attacchi di mandata per autopompa, le valvole di intercettazione e, appunto, gli erogatori. In genere si trascura l’anello e si realizza una dorsale a pettine, perché costa meno. Tuttavia, quella scelta funziona finché non si rompe un tratto: poi metà fabbricato resta senz’acqua proprio nel momento peggiore.
La domanda vera, però, non è cos’è una rete idranti, ma quando serve. La UNI 10779 è una norma di progetto e di prodotto, non un obbligo di legge: a decidere sono le regole tecniche di prevenzione incendi dell’attività e la valutazione del rischio. Di conseguenza, trovare un capannone a livello di pericolosità 3 senza rete idranti non è raro: significa che qualcuno ha valutato male, oppure che l’attività è cambiata dopo l’apertura.
In pratica, la classificazione la fa il progettista insieme al responsabile dell’attività, e quella scelta iniziale decide tutto il resto. Per esempio, un ufficio con pochi arredi e nessun deposito sta al livello 1, un’autorimessa o una scuola stanno al livello 2, un magazzino con plastiche o liquidi infiammabili sta al livello 3. Quindi numero di erogatori, portata, durata dell’alimentazione e volume della riserva idrica discendono da lì. Cambiare livello a progetto iniziato significa rifare i calcoli, non ritoccare un dato.
Il quadro normativo: UNI 10779, UNI EN 671 e il Codice di Prevenzione Incendi
Prima di tutto, l’elenco delle norme che uso davvero in studio. La UNI 10779 è la norma madre: definisce progettazione, installazione, prova, esercizio e manutenzione delle reti di idranti, e in Italia l’edizione di riferimento oggi è quella del 2021. Inoltre, la UNI 10779 viene richiamata dal Codice di Prevenzione Incendi nella parte relativa al controllo dell’incendio: quindi, in un progetto con RTO, diventa il riferimento tecnico per l’impianto a idranti e non una semplice buona pratica.
Poi ci sono le norme di prodotto, che non sono un dettaglio burocratico. La UNI EN 671-1 riguarda i naspi a parete, la UNI EN 671-2 gli idranti a muro, la UNI EN 671-3 la manutenzione di entrambi; la UNI EN 14384 copre gli idranti a colonna soprassuolo e la UNI EN 14339 quelli sottosuolo. Se in capitolato leggi soltanto “idrante UNI 45” senza numero di norma, la fornitura potrebbe avere caratteristiche diverse da quelle che hai calcolato.
Nonostante la norma tecnica, però, l’obbligo amministrativo sta altrove. Il D.P.R. 151/2011 elenca le attività soggette a controllo dei Vigili del Fuoco, il D.M. 10 marzo 1998 fissa i criteri di valutazione del rischio e le misure di gestione della sicurezza, il D.M. 1 settembre 2021 disciplina controllo e manutenzione di attrezzature, impianti e sistemi antincendio. In definitiva, la norma UNI dice come si progetta; il decreto dice quando e come si controlla.
In più, le alimentazioni seguono la logica della UNI EN 12845, la norma degli impianti sprinkler: locale pompe secondo la UNI 11292, avviamento automatico, alimentazione almeno singola superiore per le aree di livello 3. In sostanza, chi dimensiona seriamente una rete idranti apre anche la 12845. Per un inquadramento generale puoi partire dalla guida completa alla prevenzione incendi.
Come si progetta una rete idranti antincendio: livelli, posizionamento e regole d’oro
Innanzitutto si fissa il livello di pericolosità, perché da lì discende tutto il dimensionamento. Il livello 1 descrive aree con scarsa quantità di combustibili, poche probabilità di innesco, ridotta velocità di propagazione delle fiamme. Il livello 2 sale a una presenza discreta di combustibili; il livello 3 indica notevole presenza di combustibili, alta probabilità di innesco ed elevata velocità di propagazione. Soprattutto il salto tra 2 e 3 non è una formalità: cambia la durata dell’alimentazione e il numero di bocche contemporaneamente attive.
Protezione interna ed esterna non sono alternative
Successivamente si sceglie la tipologia di protezione. Quella interna si affida a idranti a muro e naspi, pensati per un attacco ravvicinato al focolaio. Quella esterna usa idranti a colonna o sottosuolo e serve per la lotta dall’esterno del fabbricato. Ai fini del dimensionamento le due protezioni restano indipendenti, anche quando risultano collegate alla stessa alimentazione: quindi la portata di calcolo è la somma dei fabbisogni che il progettista decide di considerare, non un numero unico valido in ogni caso.
Va poi sfatato un luogo comune che gira nei capitolati. Nei livelli 2 e 3 la protezione esterna non è automaticamente obbligatoria: la UNI 10779 lascia la scelta al progettista, e può rivelarsi corretta una protezione esterna su un’area di livello 1, così come la sua assenza su un’area di livello 2 se esiste già una rete con i requisiti. Comunque, quella decisione va motivata nella relazione tecnica: in caso di controllo è la prima cosa che viene chiesta.
Posizionamento: i 20, i 30 e i 60 metri
Di solito è qui che si rompe il progetto. Ogni punto dell’area da proteggere non deve distare più di 20 metri da un idrante a muro né più di 30 metri da un naspo, e l’area servita da un singolo presidio non può superare i 1.000 metri quadrati. Per gli idranti a colonna soprassuolo la distanza massima tra due idranti è di 60 metri, con distanza perpendicolare dalla condotta ideale tra 5 e 10 metri.
In aggiunta, gli erogatori non si mettono dove c’è spazio: si mettono dove il getto arriva. Un naspo dietro una rastrelliera metallica, un idrante a colonna accanto a uno stoccaggio su pallet, una cassetta in un disimpegno che nel frattempo è diventato deposito: sono errori che sembrano banali e che rendono l’impianto inservibile proprio nell’emergenza. Pertanto, il posizionamento va verificato in pianta e poi a opera finita, con un sopralluogo, non solo sulla carta.
Il calcolo idraulico: Hazen-Williams, lunghezze equivalenti, portata di progetto
Qui entriamo nella parte che molti evitano di scrivere per esteso nella relazione di calcolo. Innanzitutto servono una portata di progetto e una pressione residua garantita alla lancia più sfavorevole. Ogni presidio che eroga acqua ha un coefficiente di efflusso K dichiarato dal fabbricante, e la portata segue l’equazione di efflusso: cresce con la radice quadrata della pressione. In pratica, se l’erogatore installato ha un K basso, non ottieni la portata minima alzando un po’ la prevalenza della pompa.
Per esempio, sugli idranti a muro UNI 45 secondo la UNI EN 671-2 la portata minima richiesta è di 120 litri al minuto con pressione di almeno 2 bar. Tuttavia, il coefficiente K minimo ammesso varia con il diametro equivalente del bocchello, e le differenze sono enormi: un presidio con bocchello da 9 millimetri ha K pari a 46 e per erogare 120 litri al minuto richiede quasi 6,8 bar, mentre uno da 13 millimetri ha K pari a 85 e si accontenta di 2 bar. Di conseguenza, le cassette con K 85 collegate direttamente all’acquedotto restano spesso insufficienti in portata, anche quando il manometro segna più di 2 bar.
Poi c’è il calcolo delle perdite di carico, e qui la norma è molto chiara. La UNI 10779, come le norme americane NFPA, adotta la formula di Hazen-Williams per le perdite distribuite lungo le tubazioni, mentre converte le perdite concentrate — curve, raccordi, pezzi a T, valvole di intercettazione e di non ritorno — in lunghezze equivalenti secondo il prospetto C1 della norma, senza interpolare tra i valori tabellati. Successivamente, la somma delle lunghezze geometriche ed equivalenti entra nel calcolo della perdita di ogni tratto.
Infine, per le reti a maglia si usa il metodo di Cross. Il metodo parte da ipotesi precise: rete definita geometricamente con lunghezze e diametri, una distribuzione congruente di portate e alimentazione in un solo punto con portata nota. Per le perdite concentrate valgono le lunghezze equivalenti, mentre per quelle distribuite si applica la relazione con la portata al quadrato e il diametro alla quinta. In sostanza, il progettista ripete poi il calcolo ipotizzando le rotture delle maglie, con verifica finale degli erogatori in posizione più sfavorevole.
Alimentazione idrica, gruppo di pompaggio e riserva: dove si gioca la partita
Innanzitutto, la distinzione tra alimentazione dedicata e promiscua. Quella dedicata è ad uso esclusivo antincendio e segue la UNI EN 12845 con le varianti previste dalla UNI 10779. Quella promiscua deriva dal sistema idrico generale, e la norma la ammette per le aree di livello 1 con rete idranti interna, o per la sola protezione interna, purché esistano le condizioni di fornitura previste. In ogni caso, la promiscuità va verificata con i dati reali dell’acquedotto: la pressione minima invernale, non quella estiva di un martedì mattina.
Poi c’è il locale pompe. Il riferimento è la UNI 11292, e il gruppo di pompaggio antincendio sta in un locale con requisiti propri di resistenza al fuoco e di accessibilità, dove anche la parte elettrica e di illuminazione di emergenza ha un ruolo, come raccontiamo da anni su installazioneelettrica.it. In genere si preferisce la pompa centrifuga ad asse orizzontale installata sottobattente, con almeno due terzi della capacità effettiva del serbatoio di aspirazione sopra l’asse della pompa. Tuttavia, quando questo non è possibile, si ricorre all’installazione soprabattente o alle pompe sommerse: soluzioni ammesse, ma da evitare dove esiste un’alternativa.
Un dettaglio che quasi nessuno considera. Quando un’alimentazione ha più pompe, non più di una può essere azionata da motore elettrico: la logica è che una rete di soccorso non può dipendere tutta dalla stessa fonte di energia, perciò la pompa di riserva si aziona con motore endotermico. Inoltre, valvole di intercettazione, monitoraggio e allarmi seguono la UNI EN 12845, con gli allarmi di tipo A — quelli che segnalano la scarica o un possibile incendio — separati dagli allarmi di tipo B, che segnalano anomalie impiantistiche.
Per la riserva idrica, il conto è elementare ma va fatto: volume pari alla portata di progetto moltiplicata per la durata richiesta dalla norma per il livello di pericolosità. Nonostante l’aritmetica semplice, ho visto vasche dimensionate a occhio e poi integrate con una cisterna esterna: due volte la spesa e metà dell’eleganza. In più, la norma prevede che nelle aree di livello 3, in presenza di impianti automatici di spegnimento, la durata di scarica possa ridursi e il numero massimo di bocche UNI 70 diminuire: un’agevolazione da valutare in fase di progetto.
Errori che ho visto fare in studio, in cantiere e in collaudo
Ve ne racconto tre, e comincio dal mio. Sul primo impianto che ho seguito da solo, la riserva idrica risultava insufficiente: avevo fidato del livello di pericolosità dichiarato a voce dal committente senza verificare i materiali realmente stoccati in magazzino. Quando ho visto cosa c’era davvero sugli scaffali, il livello era un altro e il volume andava quasi raddoppiato. Da allora la prima cosa che faccio è un sopralluogo con la lista dei materiali in mano, non una telefonata.
Il secondo errore è tecnico e subdolo: riguarda la cassetta UNI 45 con K 85. Ne ho viste decine montate su allacci diretti all’acquedotto, in impianti nuovi e con tanto di dichiarazione di conformità. A pressioni di 2 bar non erogano i 120 litri al minuto richiesti, e senza la certificazione del presidio — che normalmente si ottiene solo con la marcatura CE — non c’è modo di ricavare la portata reale senza strumenti di misura. Di conseguenza, la prova di prestazione diventa l’unico momento in cui il problema emerge, spesso a opera finita.
Il terzo errore è di lay-out. Ricordo un capannone in provincia di Catania, con due magazzini separati da un muro tagliafuoco e una sola derivazione che attraversava il setto divisorio: in caso di manutenzione su quel tratto, il compartimento più grande restava senza erogatori. La distribuzione planimetrica deve permettere di mettere fuori servizio un tratto senza lasciare scoperto più del 50 per cento degli erogatori di un compartimento. Inoltre, le valvole di intercettazione vanno segnalate, di facile accesso, con condizione di apertura e di chiusura indicata, bloccate nella posizione di normale funzionamento.
Aggiungo un quarto errore, organizzativo: se l’impianto è appena nato e nessuno sa dove sia il registro dei controlli, la documentazione si perde in tre mesi. Noi ci affidiamo a un software per il registro antincendio anche nelle commesse piccole.
Manutenzione e verifiche periodiche della rete idranti antincendio
Una rete idranti antincendio nasce vecchia: dal giorno del collaudo in poi la sua prestazione dipende da chi la tiene in esercizio. La manutenzione dei naspi e degli idranti a muro si esegue non meno di due volte l’anno, ogni sei mesi, secondo la UNI EN 671-3 e le istruzioni del fabbricante contenute nel manuale d’uso. Di solito il contratto di manutenzione copre gli estintori e dimentica la rete idranti, che invece è la parte che richiede più acqua, più verifica strumentale e più competenza.
Poi ci sono la sorveglianza e i controlli periodici. La sorveglianza verifica integrità, completezza dell’equipaggiamento e possibilità di accesso nei periodi che intercorrono tra due manutenzioni periodiche. La manutenzione periodica dell’impianto riguarda le attrezzature — naspi, idranti a muro, tubazioni flessibili, tubazioni semirigide, attacco autopompa, idranti soprasuolo e sottosuolo — e le alimentazioni. In più, in prossimità dell’ultimo idrante o naspo di ogni diramazione con due o più erogatori deve esserci un manometro con valvola porta manometro: serve a misurare la pressione residua durante la prova e a dimostrare che l’impianto eroga ancora ciò che promette.
La verifica di prestazione è il controllo che nessuno vuole fare. Un idrante può apparire integro all’ispezione visiva ed erogare meno della metà della portata di progetto, per tubazioni ostruite, valvole parzialmente chiuse, perdite a monte o pressione di rete calata negli anni. Per questo la misura con flussometro tarato e tracciabile non è un lusso: è l’unico modo per sapere se la rete idranti antincendio è ancora un impianto o soltanto un arredo rosso alle pareti. In aggiunta, conviene coordinare le verifiche con i controlli su segnali di salvataggio e mezzi antincendio e con il piano di emergenza ed evacuazione.
Domande frequenti e conclusioni sulla rete idranti antincendio
Il naspo eroga meno di un idrante: perché sceglierlo? Perché è utilizzabile da chiunque, anche senza addestramento specifico. Il naspo con tubazione semirigida ha portate decisamente più basse di un idrante a muro, ma un addetto non esperto riesce a metterlo in funzione. L’idrante garantisce più acqua, però richiede personale formato, e su questo abbiamo scritto una guida ai corsi di formazione antincendio per addetti.
Quanto deve distare un erogatore dall’altro? In protezione interna, ogni punto dell’area sta entro 20 metri da un idrante a muro o entro 30 metri da un naspo, con aree servite non superiori a 1.000 metri quadrati. In protezione esterna, la distanza massima tra idranti a colonna soprassuolo è di 60 metri.
Serve sempre la protezione esterna ai livelli 2 e 3? No. La norma tecnica non impone la scelta: decide il progettista sulla base dell’analisi del rischio, e la motivazione va scritta nella relazione tecnica. In ogni caso, le due protezioni si dimensionano in modo indipendente.
Ogni quanto si manutengono i naspi e gli idranti a muro? Almeno due volte l’anno, ogni sei mesi, secondo la UNI EN 671-3, integrate con il controllo e la manutenzione previsti dal D.M. 1 settembre 2021.
Chiudo la riflessione come la aprirei davanti a un cliente. Se ti porti a casa una sola cosa da questa guida, prendi questa: una rete idranti antincendio si progetta sui numeri — portata, pressione, durata, distanze — non sulle abitudini. Innanzitutto verifica il livello di pericolosità con i materiali realmente presenti, poi dimensiona l’alimentazione con i dati reali di fornitura, infine misura in collaudo con strumenti tarati. Perché nei prossimi anni i controlli saranno sempre più strumentali: l’impianto che “sembrava a posto” non basterà più, servirà la prova. E la prova si prepara in studio, non in cantiere.
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