Impianto Elettrico per RSA e Case di Riposo: Normativa e Requisiti

Salvatore PattiAutoreSalvatore Patti 14 min di lettura

Ve lo dico da perito elettrotecnico che ha progettato e collaudato impianti per decine di strutture sanitarie: l’impianto elettrico RSA non è un impianto civile “un po’ più grosso”, e chi lo tratta come un condominio con i letti prima o poi paga il conto. Ad esempio, ricordo un sopralluogo in una casa di riposo della provincia di Catania: quadro generale anni Ottanta, un solo differenziale da 63 A a monte di tutto, e in sala visita un vecchio trasformatore di isolamento fuori norma. Quando glielo feci notare, il titolare alzò le spalle: “tanto qui non operiamo”. In pratica, non aveva capito che la norma non guarda se operi: guarda cosa c’è in quella stanza e, soprattutto, chi ci vive.

Vi racconto come si progetta davvero un impianto del genere: quali norme si applicano, quali requisiti non si possono barattare e quali errori ho visto commettere, anche da colleghi preparati, in strutture dove il costo di uno sbaglio si misura in vite umane e non in euro. Alla fine avrete gli strumenti per fare le domande giuste.

Perché l’impianto elettrico RSA merita un trattamento diverso

Innanzitutto, partiamo dal concetto, perché è qui che si gioca tutto. Ad esempio, in una casa o in un ufficio, se salta la corrente accendi la torcia del telefono e aspetti. Invece, in una RSA no. Dentro ci sono persone che non possono alzarsi da sole, che dipendono da apparecchiature elettriche e che, nel cuore della notte, contano su un impianto che non deve mai smettere di lavorare. Letti elettrici, sistemi di chiamata infermieri, aspiratori, concentratori di ossigeno, impianto di rivelazione incendi, illuminazione di sicurezza: sono carichi che convivono nello stesso edificio e pretendono continuità.

Secondo me il vero discrimine tra un progettista serio e uno improvvisato sta proprio qui: il serio parte dalle persone che abitano la struttura, l’improvvisato parte dal quadro elettrico. In effetti, chi ha letto quello che ho scritto sugli impianti elettrici di musei e biblioteche sa che ripeto sempre lo stesso concetto: l’utente finale è il primo requisito di progetto. Anche in una RSA lo è in modo ancora più radicale: l’utente finale non può nemmeno decidere di andarsene.

Il quadro normativo: dalla CEI 64-8 al DM 37/08

Innanzitutto, quando apro un progetto per una struttura del genere chiedo se l’edificio ha il Certificato di Prevenzione Incendi e se è in regime di nuova costruzione o di adeguamento: da lì cambiano metà delle scelte. In ogni caso, chi progetta l’impianto elettrico RSA deve muoversi su più tavoli normativi contemporaneamente: conoscerli tutti è il mestiere.

Come base c’è sempre la serie CEI 64-8, la norma degli impianti elettrici utilizzatori a bassa tensione, che da sola però non basta. In particolare, per gli ambienti dove si usano apparecchi elettromedicali entra in gioco la Sezione 710 della Parte 7 (CEI 64-8/7), quella dei locali ad uso medico, di cui parliamo tra poco. Inoltre, sul piano amministrativo, il DM 37/08 impone per le strutture sanitarie la redazione del progetto da parte di un professionista abilitato e la dichiarazione di conformità rilasciata da un’impresa iscritta: non è un lavoro che si affida a “un elettricista che conosciamo”. Poi, sul fronte antincendio, le case di riposo con più di 25 posti letto rientrano nell’attività 68 del DPR 151/2011 e sono soggette al controllo dei Vigili del Fuoco. La regola tecnica storica è il DM 18/09/2002, aggiornato dal DM 19/03/2015, mentre oggi il riferimento di progettazione è il Codice di Prevenzione Incendi (DM 03/08/2015 e successive modifiche), che con l’aggiornamento del DM 18/10/2019 ha dedicato alle strutture sanitarie la sezione verticale V2.

Infine, due norme che molti dimenticano: il DPR 462/01 per le verifiche periodiche dell’impianto di terra e degli scaricatori, e il Dlgs 81/08 per la sicurezza dei lavoratori, che in una RSA riguarda anche il personale di turno. Per chi vuole ripassare le basi, su installazioneelettrica.it c’è una raccolta aggiornata sulla normativa degli impianti elettrici.

Locali ad uso medico: la Sezione 710 della CEI 64-8

In effetti, qui arriviamo al cuore tecnico della questione. Come spiega la Sezione 710 della CEI 64-8/7, i locali si classificano in tre gruppi in base all’uso che se ne fa. Nel gruppo 0 non si usano apparecchi elettromedicali: sono le sale d’attesa, gli uffici, i locali di servizio. Nel gruppo 1 si usano apparecchi elettromedicali esterni, quelli che non entrano in contatto invasivo con il paziente: è il caso tipico delle sale visita, delle medicherie e delle sale trattamenti. Infine, nel gruppo 2 si svolgono procedure invasive, come in una sala operatoria o in una terapia intensiva: nella RSA classica non esiste, e se esiste va progettata con criteri molto più severi.

In pratica, in una casa di riposo le camere di degenza sono di norma gruppo 0 o gruppo 1 a seconda dei presidi utilizzati, mentre sala visita e medicheria sono quasi sempre gruppo 1. Soprattutto, nei locali gruppo 1 e gruppo 2 la protezione contro i contatti indiretti va affidata a interruttori differenziali con corrente di intervento non superiore a 30 mA, e le prese dedicate alle apparecchiature elettromedicali vanno identificate in modo chiaro: è il primo punto che i progettisti di fretta saltano. Invece, nei locali gruppo 2 si arriva a soluzioni più spinte, come i sistemi isolati da terra con monitoraggio (IT-M) e i trasformatori di isolamento.

Quello che non ti dicono nei corsi è che la classificazione dei locali va scritta nel progetto e concordata con la direzione sanitaria: l’impianto elettrico RSA non è una fotografia, è un accordo di funzionamento. Ad esempio, se tra due anni trasformano una sala riunioni in un ambulatorio e nessuno aggiorna l’impianto, la responsabilità ricade su chi ha firmato. Ho visto RSA dove la classificazione non era mai stata rivista e la sala visita era alimentata da un circuito del corridoio, con il differenziale giusto ma senza alcuna riserva: tecnicamente funzionava, normativamente era un abisso.

Alimentazione di sicurezza: la continuità che non ammette tentennamenti

In una RSA i servizi di sicurezza — illuminazione di sicurezza, rivelazione incendi, allarmi — non sono optional, e nei locali dei gruppi 1 e 2 si aggiungono le apparecchiature essenziali per l’assistenza. In pratica, la continuità dell’impianto elettrico RSA si gioca su tre livelli: rete di alimentazione normale, gruppi di continuità (UPS) per coprire i secondi e i minuti, gruppo elettrogeno per le ore. In particolare, nei locali del gruppo 2, dove le apparecchiature vitali non possono fermarsi, la commutazione deve avvenire in frazioni di secondo: un requisito che cambia completamente il progetto dei quadri elettrici.

Inoltre, un dettaglio che pochi considerano è la richiesta di alimentazione di riserva al distributore, regolata dalla CEI 0-21: in molte zone servite da linee aeree, un doppio alimentatore da rete può valere più di un generatore, ma va concordato con largo anticipo. Inoltre, i cavi dei circuiti di sicurezza devono essere del tipo resistente al fuoco (serie CEI 20-105), perché in caso d’incendio devono continuare a funzionare mentre tutto intorno brucia: è un dettaglio che si vede solo a progetto aperto, e che la fretta taglia per primo.

Fatevi una domanda semplice: se salta la luce alle due di notte, cosa succede ai concentratori di ossigeno e alle pompe di aspirazione? Se la risposta è “non lo so”, l’impianto non è pronto. L’ho verificato decine di volte: il problema non è quasi mai il generatore, è tutto quello che sta tra il generatore e la presa.

Illuminazione di sicurezza e vie di esodo: la UNI EN 1838

Anche l’illuminazione di emergenza merita un discorso a parte: si progetta secondo la UNI EN 1838. Spesso gli ospiti delle strutture per anziani non corrono verso l’uscita: si muovono lentamente, con ausili, e qualcuno aspetta di essere portato via. Di norma, livelli minimi e durata si definiscono con l’analisi del rischio, ma il principio non cambia: la luce di sicurezza deve accompagnare l’esodo, non illuminarlo a metà.

In pratica, questo significa che corridoi, scale, dislivelli e camere vanno pensati come un percorso continuo: la luce di sicurezza deve guidare fino al luogo sicuro e deve durare quanto serve a completare l’esodo, che in una RSA è inevitabilmente più lungo che altrove. E non dimentichiamo la segnaletica: si nota solo quando manca.

Una notte ho partecipato a una prova di evacuazione in una RSA: l’illuminazione di sicurezza reggeva perfettamente, ma la segnaletica di un corridoio era coperta da un carrello della biancheria parcheggiato lì da ore. La tecnologia era a posto; la gestione no. Da allora ripeto che impianto e gestione devono parlarsi: il miglior progetto non sopravvive a un responsabile che non lo conosce.

Rivelazione incendi e allarme: la UNI 9795

In una struttura dove dormono persone che non possono mettersi in salvo da sole, l’impianto di rivelazione incendi è letteralmente il tempo che compri. In particolare, la progettazione segue la UNI 9795 (edizione 2021). I componenti devono rispondere alla serie UNI EN 54 e la centrale va collocata in un locale presidiato. Rivelatori nei corridoi, nelle camere, nei locali tecnici: ogni ambiente ha la sua soluzione, e la scelta del tipo di rivelatore non è un dettaglio da catalogo.

Attenzione però a un equivoco pericoloso: in RSA non si fanno sganci generalizzati dell’alimentazione all’arrivo dell’allarme. L’emergenza va gestita, non subita: spegnere tutto butterebbe giù proprio quei servizi di sicurezza che devono restare vivi. Anche qui, la progettazione elettrica e quella antincendio vanno condotte insieme, e chi le tiene separate produce impianti che sulla carta funzionano e nella realtà si contraddicono.

Poi, il falso allarme non è uno scherzo: ogni evacuazione inutile è un rischio concreto per gli ospiti, tra cadute e stress. Ho visto centraline inibite “perché suonavano troppo spesso”: è la strada dritta verso il disastro, e il primo intervento che faccio quando arrivo in una struttura del genere è riaccendere ciò che qualcuno ha silenziosamente spento. La manutenzione della rivelazione non è un costo, è il prezzo dell’affidabilità.

Bagni assistiti e zone con doccia: la Sezione 701

Di norma, nelle RSA i bagni sono bagni assistiti, con docce a filo pavimento e spazi pensati per il passaggio della sedia a rotelle. In pratica, sul piano elettrico sono locali con vasca o doccia, quindi rientrano nella Sezione 701 della CEI 64-8, con la classificazione dei volumi e le protezioni corrispondenti. In ogni caso, la doccia a filo pavimento cambia l’estensione dei volumi rispetto a una doccia tradizionale: i volumi 0, 1, 2 e 3 si allargano, e con loro gli obblighi.

Nei bagni assistiti ho visto di tutto: prese a pochi centimetri dalla doccia, scaldacqua senza un conduttore di protezione serio, lampade con grado di protezione insufficiente. Il minimo sindacale, in ogni zona bagnata, è la protezione differenziale ad alta sensibilità (30 mA) e l’uso di componenti con grado IP adeguato all’ambiente. In una struttura dove gli ospiti fanno la doccia assistita ogni giorno, la Sezione 701 non è un dettaglio normativo: è la linea che separa un ambiente sicuro da un rischio concreto di folgorazione.

Gli errori che ho visto fare (e che costano cari)

Dopo anni di sopralluoghi ho una lista mentale di errori che si ripetono negli impianti elettrici RSA con una costanza impressionante. Il primo è il differenziale unico a monte di tutto: un solo intervento e si spengono corridoi, camere e servizi insieme. In una RSA “tutto spento” significa buio in corsia, chiamate infermieri mute e presidi fermi: la selettività delle protezioni non è un lusso, è un requisito di sicurezza. Il secondo è l’assenza di protezione contro le sovratensioni. Le centraline elettroniche, come rivelazione, UPS e chiamata infermieri, sono le prime a bruciare, e la valutazione del rischio imposta dalla CEI 64-8/4 (Sezione 443) con gli scaricatori della Sezione 534 non si può liquidare con un “tanto qui non fulmina mai”. In una zona collinare con linee aeree, come gran parte del territorio siciliano, è una scommessa persa in partenza.

Poi c’è l’illuminazione di sicurezza “a occhio”, dimensionata senza calcoli e capace di spegnersi dopo venti minuti quando l’esodo ne richiede il doppio, e i circuiti di sicurezza cablati con cavi normali invece che resistenti al fuoco. E adesso il mio errore, perché chi scrive non è nato imparato: ai primi anni di professione ho dimensionato i cavi di una sala visita senza mettere a budget i letti elettrici e i loro picchi di assorbimento. Il cavo si scaldava, l’ho scoperto in tempo e ho corretto, ma da quel giorno chiedo sempre l’elenco dei carichi reali prima di aprire il progetto. Oggi i letti elettrici non sono quelli di vent’anni fa, e chi progetta sul “si è sempre fatto così” costruisce guasti futuri.

Verifiche periodiche e documentazione: il DPR 462/01

Un impianto si progetta una volta e si governa per tutta la vita. Il DPR 462/01 impone verifiche periodiche dell’impianto di terra e dei dispositivi di protezione contro le sovratensioni. Nei locali ad uso medico la verifica è biennale, quindi in una RSA si parte da lì. I verbali vanno conservati insieme al progetto, alla dichiarazione di conformità e al certificato di prevenzione incendi: è il fascicolo dell’impianto, e senza fascicolo non c’è storia.

Poi arriva la manutenzione, che è un programma: prova periodica del gruppo elettrogeno, test degli UPS, verifica dell’illuminazione di sicurezza, controllo della continuità del conduttore di protezione e pulizia dei rivelatori. Quando arriva un nuovo direttore di struttura e mi chiede “come stiamo messi?”, la prima cosa che chiedo sono i verbali. Se non ci sono, comincio a preoccuparmi: non perché manchi la carta, ma perché manca la memoria di quello che l’impianto ha fatto negli ultimi anni. Un impianto senza manutenzione è un impianto che invecchia in fretta.

Quanto costa e come si pianifica un intervento

Quanto costa? È la domanda che mi fanno sempre, e la risposta onesta è: dipende. Dipende dalle dimensioni della struttura, dallo stato dell’impianto esistente, dai servizi di sicurezza da realizzare e dalla presenza o meno di un gruppo elettrogeno. Per un rifacimento completo di una RSA di medie dimensioni si parla comunemente di decine di migliaia di euro, e la cifra sale rapidamente se entrano in gioco quadri nuovi, gruppo elettrogeno e adeguamenti antincendio. Chi vi dà un prezzo al telefono senza aver visto l’impianto vi sta vendendo un preventivo, non un progetto.

In pratica, consiglio sempre lo stesso percorso: prima un audit dello stato di fatto, poi un progetto per fasi che non interrompa mai l’attività assistenziale. Si lavora di notte, si usano by-pass temporanei, si spostano gli ospiti un reparto alla volta se serve. Un impianto si può mettere in sicurezza per gradi, ma solo se sai da dove parti e dove vuoi arrivare: la pianificazione non è burocrazia, è ciò che separa un intervento riuscito da un cantiere infinito.

Domande frequenti sull’impianto elettrico RSA

È obbligatorio il gruppo di continuità in una RSA? Per i servizi di sicurezza e per le apparecchiature essenziali dei locali ad uso medico sì, con potenza e autonomia definite in progetto. In ogni caso, servono UPS per la rivelazione e l’illuminazione di sicurezza, e si valuta il gruppo elettrogeno per la continuità prolungata.

Ogni quanto va verificato l’impianto di terra? Nei locali ad uso medico la verifica periodica è biennale ai sensi del DPR 462/01: per una RSA è il riferimento da cui partire, e i verbali vanno conservati con cura.

Serve il certificato di prevenzione incendi? Oltre i 25 posti letto sì: la struttura rientra nell’attività 68 del DPR 151/2011 ed è soggetta al controllo dei Vigili del Fuoco. Sotto questa soglia restano comunque gli obblighi impiantistici e gestionali di base.

Un elettricista “normale” può rifare l’impianto? Deve essere un’impresa abilitata ai sensi del DM 37/08, ma per una RSA serve soprattutto un progettista che conosca la Sezione 710 e le regole antincendio: non è il terreno di chi fa solo civile.

Le camere di degenza sono locali del gruppo 2? Di norma no: sono gruppo 0 o gruppo 1 a seconda dei presidi. Il gruppo 2 riguarda le procedure invasive, come sale operatorie e terapie intensive, che in una RSA classica non esistono.

Il mio parere sull’impianto elettrico RSA

Infine, chiudo con un’opinione netta, perché questo lavoro si fa anche di opinioni. Oggi le RSA sono sempre più attrezzate e la normativa, dalla CEI 64-8 al Codice di Prevenzione Incendi, sempre più severa. Chi si adegua per tempo spenderà meno e dormirà meglio. Quindi, se gestite una struttura, fate un audit dell’impianto elettrico RSA prima che sia un’ispezione o un evento a scoprire le crepe: un sopralluogo oggi costa meno di una messa in sicurezza d’emergenza domani. E se siete colleghi che si affacciano a questo mondo, studiate la Sezione 710, fatevi la pratica su strutture vere e non trattate mai una RSA come un condominio con i letti. Gli ospiti meritano di più, e la norma, prima o poi, ve lo chiederà.

Scritto da

Salvatore Patti

Perito Elettrotecnico · Ordine dei Periti Industriali di Catania

Perito Elettrotecnico iscritto all'Ordine dei Periti Industriali di Catania. Progettazione impianti, documentazione normativa e software per professionisti del settore.

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