Spesso, quando parlo di radon ambienti di lavoro nei corsi di aggiornamento, molti colleghi alzano le spalle: “roba da burocrati”. Poi racconto la verifica fatta anni fa in uno scantinato di un ufficio tecnico a Catania, e cambiano idea. Alla fine, il misuratore passivo, dopo tre mesi, segnava 640 becquerel per metro cubo: più del doppio del livello di riferimento nazionale. Lì dentro lavoravano otto persone, otto ore al giorno.
Radon ambienti di lavoro: cos’è e da dove viene
Innanzitutto chiariamo di cosa stiamo parlando. Il radon ambienti di lavoro è un gas nobile radioattivo che nasce dal decadimento dell’uranio presente in natura nel terreno e nelle rocce. Non lo vedi, non lo senti, non ha odore: entra negli edifici attraverso le fessure delle fondazioni, i passaggi degli impianti, le tubazioni, e si accumula nei piani interrati e seminterrati. Di solito la concentrazione più alta la trovi proprio lì, dove la ventilazione naturale scarseggia e il contatto con il suolo è diretto.
In particolare, il meccanismo di ingresso è subdolo: l’aria calda che sale dentro l’edificio crea una depressione in basso, e il gas viene risucchiato dal terreno attraverso microfratture, giunti di dilatazione e passaggi impianti. Per questo i locali contro terra sono i più esposti.
In genere la gente confonde questo tema con un problema “da casa”, roba da cantine domestiche. Invece il rischio è professionale e serio: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro classifica il gas come cancerogeno certo per l’uomo, e dopo il fumo rappresenta la seconda causa di tumore al polmone. Pertanto, quando la sostanza si concentra in un locale dove le persone trascorrono la giornata lavorativa, il problema smette di essere teorico e diventa una questione di prevenzione concreta.
E qui arriva il punto che pochi conoscono: non tutte le zone d’Italia sono uguali. Alcune regioni hanno mappato le cosiddette aree prioritarie, dove la probabilità di trovare concentrazioni elevate è statisticamente maggiore. Se il tuo capannone o il tuo studio sta in una di quelle zone, la partita si gioca in anticipo.
Quando la misurazione del radon ambienti di lavoro è obbligatoria
Prima di tutto devo sfatare un mito: il radon ambienti di lavoro non è solo “consigliato”. In effetti, la normativa lo rende obbligatorio in casi ben precisi. Il riferimento principale oggi è il D.Lgs. 101/2020, che recepisce la Direttiva 2013/59/Euratom e ha assorbito la vecchia disciplina del D.Lgs. 230/95. Ad esempio, l’articolo 12 fissa il livello di riferimento a 300 Bq/m³ come media annua della concentrazione di attività in aria.
A questo punto, il datore di lavoro deve misurare il radon negli ambienti quando si verifica almeno una di queste condizioni: il locale è sotterraneo o seminterrato; l’edificio sorge in un’area prioritaria individuata dalla Regione; oppure l’attività comporta permanenza prolungata al piano interrato, come magazzini, archivi, centrali termiche, locali tecnici o uffici ricavati in scantinati. In aggiunta, il decreto impone la valutazione anche per i luoghi di lavoro situati al piano terra nelle zone a maggiore rischio geologico, ad esempio quelle vulcaniche o con terreni ricchi di tufo e granito.
Anche le aree prioritarie meritano un discorso a parte: diverse Regioni hanno emanato delibere che individuano i comuni a maggiore rischio, dalla Lombardia al Lazio, dalla Campania al Veneto, oltre alle zone vulcaniche e tufacee. Se la tua sede ricade in uno di questi comuni, la misurazione è un obbligo di legge da documentare.
Tuttavia non basta misurare una volta e dimenticarsene. La norma chiede di ripetere la valutazione quando cambiano le condizioni che influenzano la concentrazione: una ristrutturazione, l’apertura di nuovi passaggi impiantistici, la modifica dei sistemi di ventilazione. Di conseguenza, la misurazione va vista come un processo periodico, non come un adempimento spot.
Come valutare il radon ambienti di lavoro: guida passo per passo
Con il tempo, ho messo a punto una procedura che applico sempre e che puoi replicare anche tu. La seguo ormai da anni: improvvisare porta solo a risultati inutilizzabili.
Passo 1: identifica la situazione dell’edificio
Per prima cosa verifico la posizione dell’immobile rispetto alle mappe regionali delle aree prioritarie e la tipologia dei locali. Controllo se ci sono piani interrati abitati, la natura del terreno e l’epoca di costruzione: gli edifici più vecchi, con solai a contatto col suolo, sono i candidati naturali. Raccolgo anche la planimetria, perché mi serve per decidere quanti punti di misura collocare.
Passo 2: esegui la misurazione con dosimetri passivi
La misura si fa con i dosimetri passivi, quei contenitori piccoli che vedi nelle foto dei manuali: dentro c’è un tracciante in plastica che registra le particelle alfa. In genere ne colloco almeno due per locale, in punti rappresentativi, lontano da porte e finestre, a circa un metro e mezzo dal pavimento. Di norma, il tempo di esposizione minimo è di due o tre mesi, ma per ottenere la media annuale corretta il consiglio è di coprire almeno un semestre, meglio un anno intero con due campagne stagionali.
Più precisamente, il numero di punti dipende dalla superficie: per un locale fino a 50 metri quadrati bastano due dosimetri, oltre aggiungo un punto ogni 50 metri quadrati nelle zone di effettiva permanenza. Se l’ufficio ha più piani, misuro anche quelli: ho trovato concentrazioni alte al piano terra di edifici con vespaio.
Qui sta l’errore che ho visto fare più spesso ai colleghi: lasciare i dosimetri in posizione per pochi giorni. “Tanto si vede subito”, dicono. Invece no: la concentrazione fluttua con le stagioni e con le condizioni meteo, e una misura breve ti restituisce un numero privo di significato statistico. Pertanto, se un laboratorio ti propone tempi più corti di due mesi, diffida.
Passo 3: interpreta i risultati con un laboratorio accreditato
Alla scadenza, i dosimetri tornano al laboratorio, che li analizza e ti rilascia un rapporto con la concentrazione media espressa in Bq/m³. Il confronto va fatto con il livello di riferimento di 300 Bq/m³. Se il valore resta sotto soglia, documenti il risultato nel DVR e programmi il monitoraggio successivo. Se invece lo supera, non devi aspettare: la norma ti impone di attivare le azioni correttive e di informare i lavoratori, anche attraverso il medico competente se l’esposizione lo richiede.
Infine, una precisazione per leggere i rapporti: il becquerel misura l’attività, cioè una disintegrazione al secondo. L’effetto biologico, però, si accumula nel tempo: per questo la normativa ragiona su medie annuali e non su valori istantanei.
Passo 4: attiva le azioni correttive e rimisura
Quando il valore supera la soglia, intervengo con le tecniche di bonifica descritte sotto. Dopo l’intervento, una nuova campagna di misura deve confermare il rientro sotto i 300 Bq/m³: solo allora il rischio si considera gestito.
Bonifica del radon: tecniche e costi
La buona notizia è che le soluzioni esistono e funzionano. Sicuramente la più semplice ed economica è aumentare il ricambio d’aria: la ventilazione naturale o forzata abbassa la concentrazione in modo rapido, ma richiede attenzione nei mesi freddi, quando le finestre restano chiuse. In aggiunta, la sigillatura di crepe, giunti e passaggi impianti elettrici nel solaio contro terra riduce l’ingresso del gas dall’esterno.
In questi casi, la tecnica più efficace è la depressurizzazione del sottofondo: si realizza un pozzetto sotto il solaio, collegato a un ventilatore che crea una depressione e intercetta il gas prima che entri nell’edificio, convogliandolo all’esterno. In alternativa, per le nuove costruzioni si progettano già membrane antiradon impermeabili sotto il massetto. Nonostante i costi iniziali, queste soluzioni risolvono il problema alla radice.
Attenzione, però: i sistemi di bonifica attiva non sono “installi e dimentichi”. Anche la manutenzione conta: il ventilatore della depressurizzazione va controllato periodicamente, la membrana antiradon va preservata durante i lavori successivi, e i punti di sigillatura vanno ispezionati dopo eventuali assestamenti strutturali. Un impianto spento o un collettore otturato riportano la concentrazione ai livelli di partenza, senza che nessuno se ne accorga.
Quanto costa? Una campagna di misurazione con dosimetri passivi si aggira tra 80 e 150 euro a locale, analisi compresa. Un intervento di sigillatura può costare qualche migliaio di euro; la depressurizzazione del sottofondo parte da duemila e può arrivare a cinque-seimila euro a seconda dell’estensione. In pratica, sono cifre che non giustificano il rischio di lasciare le cose come stanno.
Errori comuni che ho visto fare nella gestione del radon
Senza dubbio, gli errori che ho visto ripetersi negli anni formano un elenco impressionante: il primo è misurare solo dopo un evento, come un controllo o una denuncia, quando la prevenzione funziona al contrario, cioè prima. Poi c’è chi si affida al fai da te con strumenti economici non validati, i cui risultati non hanno alcun valore legale. Infine, il terzo errore è dimenticare la manutenzione dei sistemi di bonifica: un ventilatore rotto che nessuno controlla vanifica l’intero investimento.
Inoltre, c’è l’errore della documentazione: alcuni colleghi conservano i rapporti di misura nel cassetto, senza integrarli nel DVR aziendale né condividerli con i lavoratori: una valutazione del rischio, per essere efficace, deve essere trasparente e tracciabile, non un foglio nascosto.
Documenti e adempimenti per il datore di lavoro
Ciononostante, la gestione del radon non si esaurisce con la misurazione: va incardinata nel sistema di prevenzione aziendale. In primo luogo, i risultati confluiscono nel Documento di Valutazione dei Rischi, con l’indicazione delle misure adottate e dei controlli periodici. In secondo luogo, i lavoratori vanno informati e formati sul rischio, anche perché spesso sono loro i primi a segnalare locali interrati poco ventilati.
Inoltre, nelle situazioni di superamento della soglia, il medico competente va coinvolto nella sorveglianza sanitaria, valutando l’esposizione cumulativa dei lavoratori nel tempo. Da un lato la norma chiede la registrazione delle misure e degli interventi; dall’altro, l’ente di controllo può richiedere la documentazione in occasione di verifiche ispettive. Pertanto, tieni tutto in ordine: rapporti di misura, relazioni di bonifica, verbali di informazione. Del resto, chi ha già impostato correttamente il proprio sistema di sicurezza ai sensi del D.Lgs. 81/08 troverà naturale integrare anche questa voce.
Domande frequenti sul radon ambienti di lavoro
Nel corso degli anni mi hanno fatto sempre le stesse domande, ed è giusto rispondere una volta per tutte.
Il radon si sente o si vede? No: è un gas incolore, inodore e insapore. L’unico modo per conoscerne la concentrazione è la misurazione strumentale, non esistono segnali percepibili.
Basta misurare solo i piani interrati? In genere sì, ma se un piano terra poggia direttamente su un vespaio o su un terreno permeabile, conviene includerlo nella campagna, soprattutto nelle aree prioritarie.
La ventilazione naturale è sufficiente? Spesso aiuta, ma se il terreno emette molto gas e l’edificio ha molte vie di ingresso, da sola non basta: serve un intervento strutturale.
La misurazione va rifatta ogni anno? La legge non impone una cadenza fissa: si rivaluta il rischio quando cambiano le condizioni. In pratica, nelle aree prioritarie o dopo lavori edilizi, la buona prassi è ripetere la campagna ogni due o tre anni, e sempre dopo una bonifica.
Il radon è pericoloso anche all’aperto? No: all’aperto la concentrazione si disperde e il rischio è trascurabile. Il problema nasce negli spazi chiusi, dove il gas si accumula.
Il problema riguarda solo i vecchi edifici? No, ho visto capannoni nuovi con concentrazioni elevate, perché la soletta contro terra mancava di barriere adeguate. Mai dare per scontato che “nuovo” significhi “a norma”.
Conclusione: il radon ambienti di lavoro non aspetta
Se c’è una cosa che ho imparato in vent’anni di cantieri e sopralluoghi è che i rischi invisibili sono i più traditori. Il radon ambienti di lavoro non fa rumore, non puzza, non si vede: entra in silenzio e lavora per anni, e quando i danni emergono, sotto forma di patologie polmonari, è troppo tardi per rimediare. Pertanto, il mio consiglio da perito è semplice: se il tuo edificio ha locali interrati o sorge in un’area prioritaria, fai la misurazione quest’anno, non il prossimo. Un dosimetro costa meno di una cena fuori, e la tranquillità che ti porta non ha prezzo. Ho visto troppi scoprire il problema solo dopo un controllo, con costi di bonifica triplicati. Non essere uno di quelli.
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